MARCO BELLI ALLA FIERA DEL LIBRO DI PORTO VIRO

Io e Marco Belli nel post-presentazione

Io e Marco Belli nel post-presentazione

Se siete venuti all’Ora d’Aria di giugno, o magari all’Ora d’aria letteraria di settembre 2015 Marco Belli lo conoscete già. Autore de “Il romanzo dell’ostaggio”, editore con Meme Publishing, direttore artistico del festival Elba Book, insegnante presso una nota scuola media superiore di Adria, Marco ha presentato il suo primo lavoro dialogando con il nostro Alex Grotto. Il contesto è quello della la Fiera del libro di Porto Viro, un esempio virtuoso portato avanti da un piccolo comune ormai da 16 anni, divenuto un riferimento per la cittadinanza di Porto Viro e limitrofi. Quest’anno la Fiera ha una particolare novità: la collaborazione con i Druidi, mettendo in atto una interazione tra una Amministrazione e una piccola Associazione Culturale, aumentando così il contributo dei cittadini alla gestione della res publica. Insomma, le carte in regola ci sono.

Durante la presentazione de “Il romanzo dell’ostaggio” si è parlato di molte componenti del libro: uno su tutti il bar come ambientazione di romanzo noir, luogo dove “succedono delle cose”, come ha detto Marco, come nei treni di Agata Christie verso l’Oriente. Ne parlavo con la amici al termine della presentazione, davanti a uno spritzetto seduti su un tavolo del bar da “Patina” (pubblicità occulta): si bar, ma specialmente i “bar da veci” sono un gran luogo dove poter ambientare un romanzo. I bar da veci non sono solo un luogo di vita vera, un ambiente di interazione e di scambio, ma un autentico patrimonio dell’umanità. E stanno sparendo. E poi non piacciono più a nessuno. Veci a parte, che pur sono un sacco di gente: tutti sanno che il sindacato viene mandato avanti dai pensionati. Ma quanti bar che hanno sostituito i tavolacci in fòrmica color legno con dei tavolacci in plexiglass (tipo le anime di Ligabue…)? Che preparano apericene 4 dummies? Quanti ingrati in una società di anziani?

Il bar, va da sé, fa pendant col vino. Durante il fascismo diventarono “Qui si beve” (e non solo olio di ricino per ogni sospetto dissidente…). Ad ogni modo, a mio modesto avviso il vino ingurgutato nei bar (dei veci) è bevuto, non consumato. Una consumazione la faccio in discoteca, una bevuta la faccio al bar. Metto in atto una conversazione con il barista, con i miei compagni di bevuta, con dei malcapitati seduti a leggere il giornale. Per Marco Belli il vino non è solo bere, è passione e conoscenza (o meglio, esperienza) visto che lui è pure sommelier. E se l’esperienza è ciò che proviamo sulla nostra pelle, come il bere, e la conoscenza è qualcosa che conosciamo direttamente in modo astratto, come una storia narrata, Marco prova a mettere in relazione il materiale con l’immateriale. Dico bene ragazzi? 🙂

“Il romanzo dell’ostaggio” però non è solo un libro in cui si parla di bar e di vino, ma anche dove si parla del processo creativo, visto attraverso gli occhi di chi scrive per la prima volta un romanzo, che in precedenza si era (pre)occupato di diffondere il libro attraverso la pubblicazione e i festival. Perciò è anche un metalibro, un libro sui libri. Tra le discussioni “metalibrarie” di Marco e Alex ve ne è stata una sul libro elettronico; da qui ho colto che un kindle possa contenere la stessa passione, la stessa sbornia e doposbornia di un libro cartaceo. Perchè, checchè se ne dica, se bevi due bei litroni di vini costosi il giorno dopo sei ubriaco e hai mal di testa lo stesso. E mandi a cagare chi dice che il vino buono non ti fa venire mal di testa il giorno dopo. Io che ho sempre disprezzato le innovazioni tecnologiche dall’audiocassetta in poi, dico che un e-book realizzato da operai non è così diverso in fondo dal volume stampato dal tipografo. Di conseguenza dalla carta stampata trasuda la stessa fatica intellettuale e fisica che da uno schermo luminoso. Chissà poi se un libro elettronico lo posso portare anche in vasca da bagno e sgualcire le pagine come faceva Isabella Santacroce in “Destroy” svariati anni fa…

Per inciso, alla presentazione ero reduce da un pranzo di compleanno di una druida. Come ovvio, mentre ascoltavo comodamente seduto mi sono distratto più volte a partire dalle parole pronunciate da Marco e Alex. La mia mente ha iniziato a partire tanto per la tangente, con variazioni sul tema, che neanche gli OM hanno saputo fare nei loro momenti migliori. Chiaro che non tutte le variazioni sono degne del tema, ma una la ricordo con piacere. Per esempio mentre parlavano di un’Italia che investe poco nella cultura, pensavo a quanto ci sarebbe da fare, e a quanto vorrei lavorare (giuro, più della ministra Madia) nel bar in una biblioteca comunale (che colloco non-so-come nella struttura dell’Ex Macello). Si, sto servendo un caffè al grafico che sta lavorando sulle locandine delle proiezioni di cineasti indipendenti e dei concerti del fine settimana mentre nell’altra stanza si svolgono i laboratori di scrittura. Lasciamo perdere gli incontri con gli autori, visto che quello è la norma: almeno due incontri alla settimana con ampia partecipazione e regolari proposte di associazioni e singoli cittadini. Dei gruppi di artisti ci hanno chiesto di realizzare una mostra e incontri con autore. Ah, che belle cose!

Una divagazione invece d’obbligo è stata quella relativa a Pier Paolo Pasolini, di cui si ricorda in questi giorni il 40° dalla sua morte. Pasolini “prossimo nostro”, Pasolini scrittore e docente scolastico, proprio come Marco. Così in un’intervistina post – presentazione ho chiesto a Belli chi è questo uomo per lui, e se PPP è un “maestro da mangiare”, un maestro contro i maestri, Marco lo apprezza come figura eclettica, dunque di per sé difficilmente classificabile. Come collocare un maestro incollocabile? Belli per esempio lo conosce come regista maggiormente che come scrittore. Un regista intellettuale, che voleva esprimere le caratteristiche del popolo, ma senza voler emancipare il popolo dalla sua stessa condizione. E perciò bollato come conservatore. Il mi’ babbo, anche quando da bambino mi chiese di videoregistrare “Porcile”, mi disse che Pasolini era un intellettuale che in quanto tale non poteva essere compreso dal popolo. Sottolineo che il babbo in questione è un ex vigile urbano andato in pensione dopo 40 anni di strade chioggiotte, artista, proprietario di una mole di testi cartacei e digitali sterminata. Mi domando cosa ci abbia lasciato PPP, se non di fronte alle nostre stesse contraddizioni.

FZ

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